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Le pertinenze territoriali della Pieve di Budrio

I PRIMI DOCUMENTI CARTACEI DELLA PLEBS SS. Gervasii et Protasii

 

Le prime menzioni a noi giunte consistono in contratti agrari conservati all'Archivio di Stato di Bologna. La più antica citazione della nostra pieve risale ad una transazione economica del dicembre 983, rogata probabilmente "in vico Lepidiano, infra plebe S. Gervasii... ".
Il toponimo Lepidiano (e le sue varianti Lepediano, Lempediano, etc...) di chiara tradizione romana, è citato anche nelle carte successive dei secoli XI e XII come "denominativo" ora di fundus ora di vicus, a volte anche di locus, ed indica l'inserimento rurale sorto attorno all'edificio plebano.

 

Per poter trarre qualche preziosa, ancorché scarna, informazione dalle righe di un contratto agrario, occorre fare una precisazione sulla terminolo­gia usata che getti un po' di luce sul quadro ambientale e sul paesaggio agrario di quei secoli.

Il fundus di epoca medievale non indica più come in età romana la pro­prietà del singolo, né l'unità agraria, cioè il podere, ma designa semplice­mente le aree bonificate o diboscate e rese arabili e serve quindi innanzitutto per localizzare le terre coltivate, o pron­te per la coltivazione, dall'incolto anco­ra dominante.

Con il termine vicus si indica l'in­sediamento rurale non fortificato la cui formazione è strettamente legata, quasi conseguente, al processo di riduzione dell'incolto e di organizzazione agraria dell'Alto Medioevo;    spinti fuori dal castrum (insediamentto dotato di mura) per 'dissodare' e 'laborare' le nuove terre, i coloni-pionieri vi costruivano dimore rurali (capanne associate a ricoveri per animali) che consentissero loro una più agevole per­manenza.

Locus è semplicemente un termi­ne generico usato molto spesso dai notai come sinonimo dei precedenti.

Ciò premesso, va detto che nei contratti altomedievali detti termini vengono spesso usati indifferentemente con un valore unicamente ubicatorio e indicano il grande sforzo colonizzatore e dissodatore di quei secoli in cui il quadro ambientale appare ancora for­temente segnato da selve, paludi e vegetazione palustre, generate dalle numerose esondazioni fluviali dei corsi d'acqua che, privi o quasi di argini, spagliavano molto prima di sfociare.


Storia del fondo lepidiano su cui sorse la pieve

Sorto in età romana come "fondo di proprietà di Lepidus", Lepidianus venne probabilmente abbandonato all'incolto nei primi secoli del Medioevo a causa delle invasioni barbariche che costrinsero la popolazione all'interno degli insediamenti fortificati.

Nel corso dell'VIII-IX seco­lo, agli albori cioè del movimen­to plebano nelle nostre terre, si sarebbe costituita, secondo la Rinaldi, anche la nostra pieve in un paesaggio quasi selvaggio interrotto soltanto qua e là da minuscoli e precari insediamenti umani, abitati da coloni fuoriu­sciti dal castello alla conquista di nuovi spazi agrari.

Richiamata dalla fondazione della chiesa plebana,  una folla sempre più numerosa si trasferì sulle terre dell'antico fundus Lepidianus, su cui era sorto l'edi­fìcio religioso, terre prossime al recinto castrense di Budrio, per dissodarle e ridurle a coltura.
I confini di questo territorio erano compresi fra il fiume Idice a ovest e la "croce della pieve" a sud; l'individuazione geografica degli altri due confini appare più oscura: a nord S. Archangelus e a est Gavascito - corruzione di Cavaxito, da 'cavare', 'dissodare'. Il fundus Lepidianus, arrichitosi di nuove strutture edilizie (case e fabbricati ad uso aagricolo) e raggiunto un considerevole accentramento demografico, assunse così l'appellativo di vicus. la lenta evoluzione del fundus a villaggio si può collocare cronologicamente attorno agli ultimi decenni del X secolo.

 

La pieve come centro di vita rurale

Nella maggior parte dei cen­tri rurali, dove l'ordinamento comitale stenta a diffondersi nelle articolazioni territoriali periferiche e i 'castra' non hanno ancora assunto funzioni civili e amministrative, è la pieve che si pone come centro esclusivo ed assorbente della vita comunitaria e come capillare punto di riferi­mento della distrettuazione minore, non solo ecclesiastica, ma anche pubblica.

E' in questo contesto, in cui si assiste ad una maggior stabilità dell'ordinamento diocesano, che i centri plebani, appoggiati e promossi nel loro sviluppo dai vescovi come strumenti di con­trollo territoriale ed ecclesiastico, diventano circoscrizioni presso­ché autosufficienti molto prima dei comuni rurali.

Nel 1106 si ebbe il riconosci­mento ufficiale e la designazione a 'pieve' della nostra chiesa da parte del vescovo Vittore II, con l'assegnazione di cinque canonici e di un arciprete oltre che di molte rendite; in questo periodo la giurisdizione ecclesiastica della pieve andava dal fiume Idice al torrente Quaderna e da Castenaso all'imboccatura dell'Idice nelle valli. Tutte le chiese, gli ora­tori e le popolazioni residenti in questi territori dipendevano dalla pieve dei SS. Gervasio e Protasio e non solo per la som­ministrazione del sacramento del battesimo.

La pieve infatti costituiva il luogo di raduno per le comuni manifestazioni religiose, sacra­mentali e liturgiche, ma era anche la sede di coordinamento e di riferimento capillare per l'or­ganizzazione pubblica, fiscale, giudiziaria e militare. Nel capitolo della chiesa bat­tesimale si riunivano le assem­blee che dovevano assumere decisioni solenni di carattere politico-amministrativo; il sagra­to della chiesa diventava punto d'incontro per transazioni e negozi giuridici, come indica la presenza in molte pievi di una pertica, l'unità di misura lineare che, apposta sotto il portico della chiesa, garantiva l'autenticità dei contratti agrari, contratti che spesso venivano rogati in loco in quanto la pieve godeva in molti casi di uno jus rogarteli esercitato da un suo notaio; ancora il sagra­to era il luogo di mercato, di soli­to con cadenze settimanali o in occasione della festività del santo patrono.

A questo proposito va notato che, pur essendo patroni i Santi Gervasio e Protasio, la festa prin­cipale della nostra pieve è sempre stata quella di Santa Lucia, in occasione della quale si teneva, fino agli anni '30 del secolo scor­so, una vera e propria fiera i cui banchetti arrivavano fino a Budrio lungo l'attuale via Par-tengo, via che, per secoli fino al 1970, era chiamata "via della Pieve". Inoltre questa santa godeva di una devozione particolare, come dimostra sia l'intitola­zione secondaria testimoniata dal disegno del Danti del 1578 sia la cappella a lei dedicata.